NOTE DI REGIA

Dieci anni fa elaborai il primo progetto sui bambini in carcere senza colpa. Avevo letto un articolo in cui si raccontava di Teresa, 17 mesi, che viveva con la madre, condannata per traffico di stupefacenti, nella sezione” massima sicurezza” di Rebibbia. Il pezzo era corredato di foto. Mi colpì un’immagine in particolare: una bambina camminava per il corridoio dell’istituto di pena, imitando il tipico “passeggio” delle detenute. Teresa chiamava la pappa ”vitto” e stava imparando a sillabare, storpiandole come fanno tutti i bambini, le sue prime parole: “aria”, “cella”, “visita”, “agente apri!”.

Conservo ancora quell’articolo, ormai ingiallito e un po’ sbiadito. Da allora non ho mai smesso di documentarmi su questa realtà. Ho letto ricerche, inchieste, studi; mi è capitato di incontrare piccoli ex detenuti; ho visionato filmati e reportage sull’argomento; ne ho seguito gli sviluppi istituzionali, l’approvazione e l’entrata in vigore della legge Finocchiaro n. 40 dell’8 marzo 2001, la difficoltà d’applicazione pratica delle misure alternative per tutte le detenute (rinvio della pena, arresti domiciliari), il susseguirsi delle varie bozze di proposte di modifica della legge, le raccolte di firme per sostituire la detenzione di madri e figli in istituto con l’accoglienza in case famiglia a sorveglianza attenuata… insomma tutto quello che si è cercato di fare, senza riuscire ad impedire che, anche alla fine di questo anno, almeno 70 bambini vivano reclusi con le madri nelle carceri italiane.

Non ho neanche mai abbandonato l’intenzione di provare a rappresentare visivamente un piccolo, modesto spaccato di un’ingiustizia tanto grande, ma così complessa da sciogliere e forse anche da raccontare. Mi è capitato spesso, quando parlavo del progetto, di sentirmi obiettare che un centinaio di bambini detenuti sono un numero troppo piccolo rispetto a tutti quelli che nel mondo soffrono la fame, vengono violentati, sfruttati, usati per fare le guerre, uccisi. Non posso certo negare questo dato terribile, ma credo che, finché resterà in carcere un solo bambino, valga la pena raccontare anche la sua storia.

Anna Orlandi Contucci, collaboratrice Unicef, affronta il problema dei bambini detenuti durante i primi tre anni di vita, i più preziosi in assoluto, perché sono quelli in cui si formano le basi per il futuro sviluppo della personalità. Nel suo studio afferma che, se in una fase così delicata, viene limitata la voglia di scoprire, la curiosità, la ricerca d’espressione, si possono provocare danni irreversibili che condizioneranno gravemente la vita adulta. E non è vero che i bambini reclusi non percepiscano la limitatezza del mondo che hanno intorno: mostrano, infatti, una comune tendenza a preferire l’isolamento rispetto alle stimolazioni dell’ambiente e un costante atteggiamento di chiusura, segnale del livello di difficoltà emotiva ed affettiva che stanno soffrendo. Gli effetti patologici vanno da un’irrequietezza molto pronunciata, a frequenti e immotivate crisi di pianto, intolleranza a rumori e suoni, disturbi gravi del sonno, dell’alimentazione, della parola…

Passare i primi anni di vita in spazi angusti, nel clima permanente di tensioni e conflitti che deriva dalla convivenza tra donne di diverse origini e culture, in condizioni igienico-ambientali non sempre ottimali, ritmi e regole di vita particolari, senza alcun contatto con la natura, fuori da un normale contesto familiare, è talmente dannoso per l’ equilibrio psico-fisico e per lo sviluppo della personalità affettiva, che difficilmente il legame con il carcere si spezzerà in età adulta. Ma per quanto possa essere dannoso, niente è più devastante del distacco improvviso dalla madre che spesso ha instaurato con il figlio un rapporto esclusivo e iperprotettivo. La legge prescrive che il bambino, anche se la madre resta in carcere, sia liberato nel giorno stesso del suo terzo compleanno. Da quel momento il piccolo, recenti indagini lo confermano, comincia a sentirsi responsabile di quell’abbandono improvviso senza però comprendere per quale colpa venga punito. Una detenuta di San Vittore racconta che quando il figlio, al terzo compleanno, l’ha vista sistemare i suoi vestitini in una valigia, ha supplicato disperato “Non mi mandare via!” In seguito, durante uno dei primi colloqui, le ha chiesto: “Perché la casa dove sto adesso non ha le sbarre?” Uno studio americano conferma che un bambino separato da un genitore detenuto ha cinque probabilità in più di trovarsi da grande in conflitto con la legge.

E d’altra parte al danno psicologico che deriva dalla separazione, seguiranno altri traumi: la visita alla madre in carcere sarà ogni volta accompagnata da attese, viaggi, trasbordi da un mezzo all’altro, code, perquisizioni per un colloquio di massimo un’ora, tra mille voci estranee, in un ambiente squallido dove il bambino finirà con il soggiacere alle stesse regole degli adulti.

“Mille giorni di Vito” intende segnalare questa complessa realtà ricostruendo, tra documentario e finzione, la giornata di un bambino che ha vissuto la drammatica esperienza della detenzione senza colpa, nei momenti che precedono il suo rientro in carcere per visitare la madre ancora detenuta. La narrazione, volutamente senza dialoghi, è tutta incentrata sulla descrizione degli altalenanti stati d’animo di Vito e sulla sua personale interazione con il mondo circostante, intrecciata strettamente ad un vissuto duro che si affaccia insistente nel suo particolare universo infantile.